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Il design del vetro dialoga con la storia

Nel 1993 Vittorio Livi, che venti anni prima aveva fondato la Fiam, che diventerà in breve tempo l’azienda più importante al mondo nella produzione di cristallo curvato, acquista Villa Miralfiore nel centro di Pesaro, allora quasi completamente in rovina. Si tratta di una villa di origini antiche: agli inizi del Quattrocento era di proprietà dei Malatesta poi alla metà del secolo viene acquistata da Francesco Sforza, duca di Milano; nel 1513 la signoria di Pesaro passa al Duca di Urbino, nipote di Papa Giulio II Della Rovere.

Fu lui che cominciò ad abbellire la villa e i giardini, opera che continuò suo figlio Guidobaldo Della Rovere: è il momento di massimo splendore della villa, vengono ampliati gli spazi e i viali, a cura dell’architetto pesarese Filippo Terzi, al fine di trasformarla in una residenza di corte e sono realizzati gli affreschi delle cinque stanze al primo piano ad opera dei fratelli Taddeo e Federico Zuccari. Seguono una serie di vicende che vedono la villa passare dai Della Rovere ai Medici, dal Papato ai Conti di Castelbarco Albani. Tra i danni del terremoto del 1916 e quelli della Seconda Guerra Mondiale, la villa subì ulteriori menomazioni, in particolare fu occupata dagli alleati, fu bombardata e si persero per sempre le grandi tele settecentesche. La villa sarebbe andata sicuramente incontro ad una rovina totale se Vittorio Livi non avesse iniziato un’opera di recupero degli spazi.

Oggi la villa è completamente ristrutturata ed è diventata spazio abitabile e luogo di rappresentanza, showroom e futuro museo. Il restauro ha riportato alla luce il colore e la vivacità dei disegni, grottesche che inquadrano scene di paesaggio, di mano probabilmente fiamminga, e gli emblemi delle imprese di Federico d’Urbino e dei suoi successori. Ma come integrare due cose tanto lontane come gli affreschi di fine Cinquecento e arredi di design di fine Novecento? La risposta è proprio il vetro: lungo tutte le stanze corrono infatti dei basamenti di specchi sui quali sono stati collocati gli arredi Fiam. L’accostamento è tanto ardito quanto sorprendente: gli specchi moltiplicano gli affreschi, il vetro si alleggerisce e diventa pura trasparenza, un caso di perfetta fusione tra antico e contemporaneo. La villa possiede anche un meraviglioso giardino, diviso in più parti che, viste dall’alto, rivelano l’intricato disegno di un labirinto. Al centro si trovano fontane, vari tipi di alberi e anche una piccola cappella, datata agli inizi del Novecento, che per volere di Livi è stata riconsacrata.
 

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Libro della Settimana: L’architetto [June 24, 2021 at 10:00AM]

→ Archivio LIBRO DELLA SETTIMANA

 
La rubrica Libro della Settimana del blog Office Observer | Danilo Premoli propone in home page un volume da non perdere, con il link diretto alla scheda di presentazione sul sito dell’editore.
 
La segnalazione di un nuovo titolo sarà online tra sette giorni.


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Design della Settimana selezionato nella rubrica Prodotti: Bross [June 23, 2021 at 10:00AM]

→ Archivio PRODOTTI

 
Design della Settimana scelto da Office Observer | Danilo Premoli. Una nuova segnalazione sarà online tra sette giorni. Da non perdere!


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Io sono Cultura 2020

Il decimo rapporto “Io sono Cultura”, promosso da Fondazione Symbola, Unioncamere, insieme a Regione Marche e Credito Sportivo, quest’anno contiene, insieme ad un’analisi del sistema pre-Covid (2019), anche informazioni sul 2020, ricavate attraverso un’indagine condotta su un campione di oltre 1.800 imprese appartenenti al core del Sistema Produttivo Culturale e Creativo, che nel 2019 era in crescita e rappresentava il 5,7% del valore aggiunto italiano: oltre 90 miliardi di euro, cioè l’1% in più dell’anno precedente (a prezzi correnti). Oltre il 44% di questa ricchezza era generato da settori non culturali, manifatturieri e dei servizi, nei quali lavorano oltre 630.000 professionisti della cultura (designer, comunicatori, registi, ecc.) per elevare la qualità e il valore prima simbolico e poi economico di beni e servizi. Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo dava lavoro a più di un milione e mezzo di persone, vale a dire il 5,9% dei lavoratori italiani.
“Cultura e bellezza in Italia rappresentano tratti fondativi della società, da qui il titolo del rapporto – nota Ermete Realacci, presidente Fondazione Symbola -. Grazie alla loro forte relazione con la manifattura hanno dato vita ad una delle più forti identità produttive del mondo, il Made in Italy. E non è un caso che il Nuovo Bauhaus fortemente voluto dalla Commissione Europea, nasca proprio per rinsaldare i legami tra il mondo della cultura e della creatività e i mondi della produzione, della scienza e della tecnologia e per guidare la transizione ecologica indicata dal Green New Deal e dal Next Generation EU”.
 
→ Leggi il rapporto “Io sono Cultura 2020” (pdf).
 
→ Archivio rapporti “Io sono Cultura”
 
→ Info Symbola Fondazione per le qualità italiane.

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Speciale Podcast #47: Michele Brunello

  1. Come saranno ripensati gli uffici per rendere più bilanciato il rapporto tra lavoro in ufficio e lavoro a casa (o comunque non in ufficio)?
  2. Tenuto anche conto dell’esigenza in prospettiva del “distanziamento sociale” come cambieranno gli spazi di lavoro e gli arredi?
  3. Se il lavoro individuale sarà sempre di più svolto da remoto, quali dotazioni degli spazi favoriranno la collaborazione dove è necessaria la presenza fisica?
  4. Come sarà tutelata la nostra privacy in un contesto in cui la tecnologia è destinata a monitorarci sempre di più?
  5. Cosa rimarrà, intimamente e professionalmente, di questa emergenza?
Speciale Podcast #47:
Michele Brunello, Dontstop Architettura (16:32)

 

 
 Speciale Podcast “L’ufficio dopo il virus” 

 

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Progetto: Hallucinate Design per Maike Metal International Group Xi’an

→ Archivio PROGETTI
→ Archivio VIDEO

 
Il blog Office Observer | Danilo Premoli pubblica nella → rubrica PROGETTO/LINKCHAT una selezione dei più importanti uffici realizzati nel mondo, presentati direttamente dagli autori, siano grandi studi o singoli progettisti di valore, su incarico di multinazionali o di piccole aziende. Le segnalazioni: office interior, workplace, creative office, smart working, vengono poi raccolte periodicamente in una serie di → video che restituiscono lo stato dell’arte dell’office design internazionale.


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Architettura della semplicità: il recupero di una ex fornace

“Valorizzazione e contemporaneità di forme e materiali attraverso il calibrato studio filologico delle preesistenze e dei rapporti con il contesto, recuperando e restaurando gli elementi di interesse storico artistico” così recita l’introduzione al progetto di recupero dell’area denominata Ex Fornace per la realizzazione di una scuola media, un teatro ed una palazzina a uffici a Riccione firmata dall’architetto Pietro Carlo Pellegrini con RCF & Partners.

Il complesso edilizio della scuola media e palestra può essere considerato un edificio composto essenzialmente di due parti: un corpo basso a sud, ed un corpo alto a nord, separati da una bussola di collegamento con le pareti completamente vetrate e infissi in profili di acciaio a basso spessore. Arrivando da est, percorsi i circa 15 metri del passaggio tra i due corpi, si accede alla scuola: il corpo più basso è ad un unico piano e ospita soprattutto le aule didattiche, mentre l’edificio nord è un blocco volumetricamente molto più grande e si sviluppa su tre livelli sovrapposti. I due volumi sono accomunati dal rivestimento esterno composto da lamelle in laterizio con funzione di brise soleil. Il suo aspetto di filtro semitrasparente permette però di distinguere chiaramente il colore rosso mattone della parete retrostante e consente una lettura monolitica dell’intero edificio, eccezione fatta per le forature degli infissi.

I pilastri esistenti sono stati restaurati e lasciati all’interno della scuola con faccia a vista, così da moltiplicare la loro valenza simbolica ed educativa per gli allievi delle medie. L’edificio più massiccio, largo circa 16 metri, si imposta su una L di muratura esistente, completamente finestrata a trifore. Le coperture sono a due falde ma di diversa inclinazione nei due corpi. La palestra della scuola è strutturalmente un elemento a sé stante: si presenta con soffitto piano, con gli elementi terminali di condizionamento a vista, e rimanda ad un concetto più tecnico, come spazio di “didattica fisica” anziché intellettuale.
 

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Libro della Settimana: ADI Design Index 2020 [June 17, 2021 at 10:00AM]

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La rubrica Libro della Settimana del blog Office Observer | Danilo Premoli propone in home page un volume da non perdere, con il link diretto alla scheda di presentazione sul sito dell’editore.
 
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L’ufficio e l’ADI Design Index 2020

Come è tradizione, anche il volume ADI Design Index 2020 raccoglie i migliori risultati del design italiano: immagini e schede descrittive dei prodotti, dei progetti e dei servizi selezionati sono pubblicate nel catalogo e sul sito → ADI Design Index.

Questi prodotti, insieme a quelli dell’ADI Design Index 2021, fanno parte della preselezione che permetterà di partecipare nel 2022 al prossimo Compasso d’Oro ADI, il prestigioso premio che da oltre sessant’anni segnala al pubblico le migliori proposte del design italiano. Il volume 2020 è dedicato alla produzione 2019 con la presentazione del presidente ADI Luciano Galimberti e testi introduttivi firmati da Umberto Cabini, presidente Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro, Maria Porro, presidente di Assarredo, Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, Domenico Sturabotti, direttore di Symbola, i presidenti delle Delegazioni Territoriali ADI e dal Comitato scientifico di coordinamento dell’Osservatorio permanente del Design ADI, responsabile della selezione, di cui fanno parte: Carlo Martino, Marco Pietrosante, Danilo Premoli, Ambrogio Rossari, Francesco Zurlo.

Tra i selezionati, per l’ufficio:


→ Caimi Brevetti
Klipper

design
Felicia Arvid


→ Caimi Brevetti
Fuji Leaf

design
Caimi Lab, Moreno Ferrari


Fantoni
Atelier

design
Fantoni e Studio Gensler


Gaber
Cucaracha

design
Favaretto & Partners


Penta
Hang Out

design
Brogliato Traverso


Martinelli Luce
Hush

design
Massimo Farinatti


Galletti
Art-u colour

design
Daniele Baratta


ARCHIVIO
→ L’ufficio e l’ADI Design Index 2019
→ L’ufficio e l’ADI Design Index 2018
→ L’ufficio e l’ADI Design Index 2017
→ L’ufficio e l’ADI Design Index 2016

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Aperta in laguna la XVII Biennale di Architettura

[dal nostro inviato speciale Alessandro Colombo]

A suggellare la fine (si spera) di un lungo periodo di reclusione pandemica, rotto, invero, dalla coraggiosa mostra Le Muse inquiete e dalla Biennale cinema lo scorso anno, la Biennale Architettura segna il ritorno a Venezia del grande pubblico, anche internazionale, e ha dato il via a dei fine settimana nei quali la quantità di persone che hanno assiepato campi e calli ha quasi eguagliato quelle abituali prima del lockdown.
Acclarato questo doveroso riconoscimento e registrato un dato di fatto cosa possiamo vedere fra Giardini e Arsenale, non senza qualche significativo evento in città? Una Biennale pensata due anni fa e messa in scena oggi. Di per sé questo non significherebbe nulla se la rassegna pensata allora non fosse che l’epilogo di un processo in corso da tempo e che il disastro pandemico ha solo cristallizzato, rendendolo un main stream che non sembra portare molte novità e risposte alla precisa domanda How We Will Live Togheter?

Come vivremo insieme? quesito oggi cruciale, sembra così una domanda retorica o, ancor meglio, una domanda che raccoglie a sua volta una miriade di quesiti che fotografano una situazione a mille facce accomunate da una prognosi infausta. La morte del pianeta e della specie umana (già celebrata nella XXII Triennale di Milano che, almeno, forniva soluzioni per una dolce dipartita) diventa qui affaire dove gli architetti e l’architettura hanno poco a che fare, se non comparire al massimo come colpevoli che si premurano di trovare qualche palliativo in attesa che il pianeta veda l’avvento di una nuova specie dominante (minerale?).

La mostra di Hashim Sarkis, preclaro esponente del pensiero che soffia da oltre oceano su una Europa tutto sommato incerta, si impegna a documentare la domanda iniziale con una serie di sezioni tematiche che allegri tendalini variopinti scandiscono nel sempre affascinante spazio delle corderie dell’Arsenale e nel sempre orfano (del Paese ospitante) padiglione centrale ai Giardini. Una modalità espressiva, sostanzialmente basata sull’installazione come strumento di indagine e denuncia, che fa sempre di più assomigliare questa Biennale di Architettura a quella d’Arte, che si articola in cinque sezioni, tre all’Arsenale: Among Diverse Beings, As one Planet, As new Households, due ai Giardini: As Emerging Communities e Across Borders.

La chiave di lettura si muove fra ecologia e antropologia, fra sistemi e cultura, in una relazione tra corpi, spazi, protesi e biologia, che fanno trionfare api, funghi, terre, terricci, muffe e alghe che sembrano prendere, in molte installazioni, il sopravvento su una specie umana e animale ormai in procinto di lasciare il passo al mondo vegetale/minerale, se non addirittura a qualche comunità ultraterrena. L’adattamento e la convivenza coi microbi, non sono solo una lezione tratta dalla pandemia, ma una chiave di alleanza con la natura oltre la sfera dell’umano.

La confusione allegramente(?) imprecisa di “Future Assembly”, cuore della mostra sulla terrazza interna del Padiglione centrale ai Giardini, comunica un’improvvisazione allestitiva e grafica che non rende giustizia all’Antropocene, pur sempre il grande imputato di questa Biennale (e del main stream del pensiero occidentale contemporaneo). A questo punto ci aspetterebbe di vedere presentata la capacità del progetto di dare risposte alle emergenze climatiche, umanitarie, ambientali, economiche e di sopravvivenza. Ma qui gli allestimenti, sempre molto artistici, si fanno meno chiari e meno convincenti, ripercorrendo argomenti noti ed evitando il problema del disegno degli spazi della convivenza a vantaggio delle grandi riflessioni sui sistemi e i disequilibri del mondo.

La storia cambia, e non poco, nei padiglioni nazionali. Lasciato a parte quello italiano (necessario un esame a parte per i molti aspetti che vi si sommano, anche storicamente, e che creano una sofferta divaricazione fra ricerca, di livello, e risultato comunicativo, spaziale e ambientale molto meno convincente) i commissari nazionali hanno cercato di rispondere alla domanda originale rifugiandosi nella Storia, in buon numero, utilizzando l’arma dell’installazione a tema, con alterni risultati, o anche scegliendo il vuoto come risposta assoluta. La Storia è porto sicuro e permette di tornare, senza sentirsi in colpa, alle buone pratiche del passato illustrando metodiche costruttive virtuose, per lo più basate sull’utilizzo del legno, grande protagonista quest’anno. Non si può non notare l’epopea del Baloon Frame statunitense, anche perché una struttura in scala 1 a 1 si erge davanti al padiglione (e quasi sembra una divisione col mondo) e una deliziosa rassegna di modellini rigorosamente in legno popola l’interno; la delicatezza del padiglione finlandese che documenta i sistemi costruttivi a cavallo della seconda guerra mondiale dei quali l’architettura ospitante di Alvar Aalto è pezzo di bravura; la documentazione storica della Grecia, ben ordinata in una sorta di accumulazione di calendari pret-a-porter; il laboratorio modello del Belgio, manuale di architettura declinato con l’uso del pannello ricomposto in tutte le sue forme. Sul fronte installativo la instagrammatissima Spagna (l’uso di fogli di carta per costruire lo spazio e narrare la condizione umana è estremamente efficace) e l’Olanda, raffinato labirinto di grafica di diretta derivazione moderna e colorata, tengono alte le sorti del vecchio continente, mentre Israele mette in scena un racconto fra terra, latte e miele, che ti seduce con l’uso del lamierino per un grande modello di una stalla perfetta da una parte, per un casellario da obitorio per l’osservazione autoptica della specie dall’altra. L’installazione è più familiare in Danimarca, dove l’acqua piovana diventa tisana per i fortunati visitatori del sistema a ciclo continuo, trionfo di tubi, serbatoi, teli; efficacemente visiva nelle video installazioni della Francia; coloratamente artificiale nei giardini di delizie che l’Inghilterra vorrebbe ispirati da Bosch.

In città, al contrario, il padiglione di Taiwan punta sul nero ottico per portare la riflessione sugli spazi di comunità e meditazione per l’uomo calato nella natura. Il ricordato tema del vuoto si pone come l’alfa e l’omega della narrazione di questa Biennale. La Russia appare sorprendentemente vuota, ma subito si capisce che il vuoto presenta un ottimo restauro di un’architettura che ora è pronta per raccontare, mostrare, comunicare nelle prossime edizioni. La Germania è, al contrario, ideologicamente vuota, scandendo lo spazio in bolli maglia tre metri: un metro per me, un metro per te, un metro fra noi due, e cedendo ad un abbaglio, di origine pandemica, che vuole il mondo rappresentabile in un QR code, o meglio in molti QR code che dovrebbero indurci ad entrare in una dimensione virtuale con prognosi positiva al 2038 e, invece, ci confermano che nulla può sostituire lo spazio reale e l’esperienza che ne possiamo trarre percorrendolo e godendone.

Come sempre una Biennale da visitare e sulla quale riflettere, portandosi però al seguito una progettualità costruttiva per provare a trovare soluzioni per il futuro prossimo.

 → Office Observer Guest Blogger: Alessandro Colombo 

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