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La città senza uffici

La sempre più diffusa implementazione di tecnologie digitali nell’organizzazione del lavoro richiede un pensiero che ne consideri le conseguenze, non esclusivamente nella configurazione degli ambienti privati aziendali, ma anche per il sistema urbano nel suo complesso. Tra i numerosi aspetti riguardanti il fenomeno, di particolare interesse sono quelli legati al lavoro della conoscenza: ovvero, quell’attività lavorativa il cui obiettivo non è produrre un bene fisico ma un servizio.

Le tecnologie di “comunicazione collaborativa” mobili e personali e la conseguente natura “informale” delle pratiche lavorative, consentono sia alle aziende sia ai singoli individui di mettere in crisi la corrispondenza, coniata con il modernismo da L. Sullivan, tra forma e funzione, in particolar modo per la tipologia architettonica dell’ufficio, dove il lavoro della conoscenza si è tradizionalmente svolto dando forma alle principali città moderne. Il lavoro della conoscenza è stato il principale bacino di diffusione commerciale delle tecnologie digitali come il personal computer e i primi servizi web come l’e-mail.

Negli anni ’80, ciò ha generato una cultura e delle visioni, come l’Electronic Cottage di Alvin Toffler, per una società incentrata sulla casa che avrebbe potuto fare a meno della città grazie alle nuove tecnologie, riscoprendo la campagna e lavorando in remoto nel proprio ambiente privato in periferia. Nonostante la recente pandemia, al contrario, oggi sembra necessario confrontarsi con una sempre maggiore intensificazione delle centralità urbane, limitando la dispersione degli insediamenti e consumo di suolo. Inoltre, la nuova dimensione collaborativa delle economie di rete, vede l’emergere dell’interattività e lo scambio di conoscenze, proprie dell’ecosistema urbano, come delle risorse non sostituibili, o comunque complementari a quelle sperimentabili in remoto.

Questo contesto pone in una luce diversa il proposito di concepire un’alternativa alla tipologia dell’ufficio che non si limiti al singolo progetto di ambienti privati ma che, per certi aspetti, recuperi la sua originaria idea di “spazio pubblico”, per la prima volta realizzata da G. Vasari nel Rinascimento con gli Uffizi (da cui “uffici”) di Firenze. Ripercorrendo l’evoluzione dello spazio urbano direzionale, si pongono le basi per giustificare la necessità di un nuovo pensiero.

Prima di argomentare delle vere e proprie soluzioni in questo senso, è necessario comprendere il fenomeno rendendolo “visibile”. Ciò che emerge è una forte discrepanza tra domanda e offerta. I dati rivelano un ruolo centrale delle infrastrutture, degli aeroporti e dei luoghi di ristoro e quanto la composizione economica delle attività influenzi le diverse distribuzioni delle attività lavorative informali.

Costruire uno scenario di rigenerazione urbana alternativo al direzionale risulta quindi necessario per ri-allineare domanda ed offerta di spazio urbano. Lontana da una città senza luoghi di lavoro, la “città senza uffici” è quella che individua la dimensione “pubblica” e “relazionale” del lavoro digitale come un’alternativa alle grandi concentrazioni di edifici per uffici che hanno caratterizzato gli sviluppi direzionali fino ad oggi.

In particolare, questa visione mirerebbe a “ricombinare” l’ufficio con le altre tipologie della città che maggiormente rispondono ad esigenze materiali come, ad esempio, le nodalità infrastrutturali. Ciò permetterebbe di incentivare uno sviluppo “orizzontale” della città intensificato da una maggiore connettività infrastrutturale, in contrapposizione a quello verticale, erede di una concezione modernista.

La città senza uffici, inoltre, guarda alla necessità di considerare, anche nella progettazione, fattori legati alla concezione dei servizi e infrastrutture digitali nella loro capacità di “alterare” gli usi dello spazio attraverso dinamiche di placemaking digitale. Quella dei centri direzionali è stata una modalità di sviluppo storicamente sbilanciata dal lato dell’offerta. Più che concepire una nuova città, credo che le attività lavorative digitali debbano essere collocate nuovamente al centro della progettazione urbana, non solo per principi di efficienza ma anche di senso, in una condizione in cui lavoro e tempo libero divengono sempre meno distinguibili.
[novembre 2022]


Michelangelo VallicelliMichelangelo Vallicelli
Architetto, dottore di ricerca in Progettazione Urbana e Architettonica all’Università degli Studi Roma Tre, ha concluso nel 2017 un dottorato di ricerca sul rapporto tra lavoro digitale e spazio urbano dal titolo: “La città senza uffici. Uno scenario di rigenerazione urbana per i luoghi di lavoro digitali”. Ha lavorato in Italia presso Citterio-Viel & Partners, Lazzarini Pickering ed in Danimarca da C.F. Møller. Attualmente, con il suo studio svolge attività professionale in Italia ed all’estero in maniera multidisciplinare occupandosi di progettazione urbana, architettura per interni, contract e yacht design.


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