Expo Dubai 2020: tempo di bilanci

[dal nostro inviato speciale Alessandro Colombo]

Expo Dubai 2020 tocca a fine gennaio 2022 la quota di oltre 11 milioni di visitatori. Non molti, si dirà, guardando alle precedenti edizioni di Milano e Shanghai e alle previsioni di partenza, ma crediamo moltissimi visto il periodo di pandemia nel quale comunque ha aperto (e chiuderà) l’esposizione universale sul Golfo. Ma, forse, proprio la situazione del tutto particolare ci permette di guardare all’evento nella sua globalità senza badare troppo ai numeri e concentrandoci sulla qualità di ciò che abbiamo visto.


Diciamo subito, per sgombrare il campo, che l’Expo è interessante e vale il viaggio per chi voglia superare le difficoltà del momento e approfittare di queste ultime settimane. È interessante perché presenta una manifestazione ben organizzata, appropriatamente focalizzata sui temi proposti, Connecting minds il pay off, con una risposta dei Paesi partecipanti in termini di qualità dei padiglioni realizzati e di approfondimento dei contenuti del tutto in linea con le aspettative che un mondo globalizzato ed esigente in termini di comunicazione ormai pretende.

Anche queste ultime settimane e giornate di grandi tensioni internazionali non fanno che amplificare l’importanza di manifestazioni nelle quali i popoli e le nazioni possano incontrarsi e confrontarsi. Si tratta oltretutto del primo Expo tenuto nelle regioni del Medio Oriente, Africa e Asia del Sud, MEASA. Grande traguardo per un Paese giovane: l’Unione degli Emirati Arabi risale al 1971, l’Esposizione Universale costituisce anche l’occasione per consolidare quel disegno di città, nata letteralmente dal nulla e consolidatasi in tre decenni, che porta oggi Dubai ad essere la prima Smart City della regione e ad arricchire con un nuovo, importante tassello, il Dubai Plan 2021, nel quale il luogo è metafora della città. Dal 1990, infatti, il disegno di un agglomerato di parti tematiche (Dubai Marina, Knowledge Village, Dubai Media City, Dubai International Financial Center) ha creato una metropoli lunga circa 70 km fatta per lo più di expat, stranieri residenti per l’89%, e solo per l’11% di emiratini, esattamente come il sito di Expo riunisce molti Paesi che insieme hanno dato vita ad un nuovo brano di città, molto più basato sulla permanenza del disegno e delle strutture, che sulla temporaneità degli allestimenti. I 3 lobi distinti del masterplan proposto da HOK, studio americano con sede anche a Dubai, si congiungono nella grande cupola di copertura della piazza principale (Al Wasl: la connessione, appunto) e sono caratterizzati da un padiglione generale e da un tema specifico: sostenibilità, mobilità, opportunità. II District 2020, questo il nome del nuovo quartiere di Dubai, avrà il suo centro nella grande piazza principale, come Expo, circondata da hotel e uffici già costruiti, mentre i padiglioni temporanei lasceranno il posto a edifici permanenti con funzioni residenziali, commerciali e direzionali, e i padiglioni tematici avranno un nuovo uso.

Mentre lo schema generale convince per solidità e semplicità, i padiglioni tematici sembrano già datati nonostante il programma definito in precedenza: sostenibilità disegnato da Grimshaw Architects diverrà il Terra Children and Science Center; mobilità progettato da Foster & Partners sarà l’edificio commerciale principale. Il padiglione degli Emirati Arabi Uniti, padroni di casa che si sono affidati a Calatrava e anche all’ingegneria italiana per il sistema mobile in copertura, appare già una delle realizzazioni più felici e non avrà difficoltà a divenire un centro culturale identitario per l’area.

Come tutti gli Expo a struttura “classica”, cluster di padiglioni nazionali che cercano di primeggiare e distinguersi sulla base del tema dato, anche questo riserva al visitatore una varietà di espressioni e tipologie che richiedono molte forze e molto tempo per essere tutti almeno visitati, se non compresi. Crediamo che sia anche giusto così: che ognuno metta in atto la propria personale navigazione secondo interessi e, perché no, anche gusti geopolitici e alla fine stili la propria personale classifica, magari comparata con le esposizioni passate.


Per questo motivo, e con totale parzialità, citiamo le nostre mete prioritarie. Il Bahrain, Opportunity District, architetto Christian Kerez: cubo di alluminio con una struttura diffusa dalle geometrie piacevolmente sghembe (126 colonne, da 11 cm di diametro and 24 m di lunghezza), offre uno spazio dal silenzio sacrale e vuoto, ma non vacuo, anzi denso e coinvolgente da vedere assolutamente. La Spagna, Sustainability District, architetti Amann-Canovas-Maruri, propone un “ponte” architettonico fra la penisola iberica e il mondo arabo elaborando forme, volumi e colori che celano la sorpresa di una grande installazione a spirale discendente che porta ad un teatro dove si assiste ad una brillante storia di cooperazione. L’Arabia Saudita, Opportunity District, architetti Boris Micka Associates, ci impegna in un lunghissimo tunnel in salita, fortemente scenografato, che porta a delle potenti installazioni multimediali che guardano ad un futuro di opportunità condiviso. Il Marocco, Opportunity District, architetto Tarik Oualalou, edificio in legno che invita ad una lenta discesa lungo la corte interna soffermandosi nelle sale che si presentano una dopo l’altra come nuclei espositivi autonomi, a volte anche su due livelli. La Russia, Mobility District, architetto Tchoban Speech, contrappone ad un’architettura/oggetto ipercolorata un interno con un interessante viaggio sulla ricerca applicata al cervello umano, alle sue caratteristiche e alle sue capacità, capacità che gli ultimi avvenimenti sembrano mettere in dubbio. Il Giappone, Al Forsan, architetto Nagayama Yuko/Ntt Facilities, offre agli spettatori impegnati in lunghe code, come a Milano, una raffinata facciata frutto di intreccio fra motivi delle due culture, araba e nipponica, e, fra le altre, una suggestiva installazione dove nella nebbia prendono forma immagini tridimensionali. Il Giappone lancia, ovviamente, il prossimo Expo che si terrà ad Osaka nel 2025. Gli Stati Uniti, Al Forsan, architetti Woods Bagot, porta il pubblico in uno spazio fra tecnologia e multimedialità su un tapis roulant che fa tanto ritorno al futuro, non facendoci mancare un bel razzo vettore in cortile che, un poco annerito, non sembra tanto pronto a portarci nello spazio. Gran Bretagna, Opportunity District, architetti Es Devlin Studio, padiglione dall’architettura magniloquente che promette grandi esperienze, ma che, alla fine di un percorso di avvicinamento piuttosto faticoso, fatica a mantenere le promesse. Corea, Mobility District, di Mooyuki Architects, una sorta di collina tecnologica sulla quale arrampicarsi e nella quale muoversi per capire la mobilità del futuro. Molto suggestivo di sera, come molti altri padiglioni di questo Expo. In Olanda, Sustainability District, V8 Architects, da vedere la fattoria verticale a forma di cono. L’Italia, Al Forsan, architetti CRA-Italo Rota-Matteo Gatto-F&M, al motto “La bellezza connette le genti” propone un’architettura didascalica con un percorso interno alla ricerca del cuore del Paese.

I padiglioni sono 200, quindi meglio fermarsi lanciando il pensiero alla prossima Expo di Osaka nel 2025 con la speranza che il mondo ritrovi presto un equilibrio basato sul dialogo e il confronto, che sono alla base della convivenza civile e dei grandi eventi universali.

 → Office Observer Guest Blogger: Alessandro Colombo 

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