Guest Blogger: Paolo Donati

[testo di Paolo Donati]

Il green office​ come generatore di cambiamento

Per trovare una risposta alla domanda “Cosa vuol dire abitare oggi il lavoro?” dobbiamo tornare per un attimo al senso del termine “lavoro”. Per trovare che siamo stati sempre abituati a pensarlo come un concetto giuridicamente e socialmente ancorato ai precisi confini legati a “spazio” e “tempo”. Pensiamo per esempio alla nostra postazione di lavoro (assegnata sia in termini di spazio che di tempo), piuttosto che all’orario di lavoro o alla separazione (o bilanciamento) tra questo e la vita privata. Se dividere per definire o analizzare, controllare e retribuire è stato per anni il senso industriale del lavoro, tutti sappiamo ormai però che con il massiccio uso della tecnologia i tempi e gli spazi del lavoro si sono avvicinati fino a fondersi in quei modi che oggi non presentano più confini netti.

Per reagire a questi scenari, anche grazie alle nuove tecnologie molte organizzazioni hanno cominciato così a trasformare anche il concetto di workplace. E di conseguenza i nuovi habitat lavorativi hanno visto sorgere spazi ibridi in cui la mobilità tecnologica e il concetto di collaborazione sono al centro di “interni” creati in modo speculare agli “esterni”. Così fondendo tutti quei grandi e piccoli confini che ci eravamo abituati a creare, a casa come in ufficio per catalogare ciò che stava “dentro” e ciò che stava “fuori”.

Per arrivare a scoprire che come nel più ampio climate change è meglio “vestirsi a cipolla” anche negli arredi. In altre parole: fondere gli spazi indoor con quelli outdoor non è solo una sottrazione matematica sui costi o un’operazione addizionale di arredo ma molto più dinamicamente un adattamento culturale che ben si sposa con il “new way of living”!

Anche gli smart office moderni sono sempre più ideati attorno a un mix ibrido tra dentro e fuori. Pensiamo ad esempio a tutte quelle interessanti soluzioni biofiliche che vedono la natura entrare al lavoro grazie a sale riunioni arredate con green idroponico o a locali comuni con giardini zen o giochi d’acqua. Ma pensiamo anche a tutte quelle altre soluzioni in cui gli uffici diventano habitat multiformi che escono all’aria aperta grazie a roof office, cortili o orti aziendali simili ai famosi giardini pensili di Babilonia o ai tetti giardino ideati da Le Corbusier: non è un caso che anche per il famoso architetto svizzero “l’esterno è sempre un interno”.

Paolo Donati
Istud Business School, 2020

Al di là del vantaggio funzionale o estetico insito in tali soluzioni, la commistione tra interni ed esterni può essere un segno della sempre più crescente attenzione ai temi della sostenibilità. Ma aprire gli spazi (anche con i vetri e le trasparenze) non significa solo contribuire a pulire naturalmente l’aria, ma anche attivamente sanare l’habitat e i suoi abitanti dall’iperconnessione tecnologica a cui lo smart worker può essere soggetto. Considerando poi che l’uomo è un animale sociale, abbattere le barriere tra indoor ed outdoor può anche aiutare chi lavora a tornare nel nostro elemento sociale naturale.

Di più: pensare a uffici verdi e sostenibili significa aprire le menti, uscire dagli abituali schemi routinari. Se il business di oggi richiede di essere sempre più veloci e adattivi, come possiamo pensare culturalmente di incoraggiare il cambiamento lasciando le persone “chiuse” nei confini dei loro spazi assegnati e/o nella rigidità dei loro orari o addirittura delle loro specifiche job description? Ed è forse in questo aspetto che dobbiamo vedere il green come un alleato nel processo di change management.
[gennaio 2022]


Paolo Donati
Con un’ampia esperienza di vita e professionale all’estero, Paolo Donati ha lavorato per quindici anni come HR manager in diversi contesti multinazionali dopo aver conseguito una laurea in Giurisprudenza e un master in Gestione del personale. Attualmente è consulente e trainer in ambito Risorse Umane e membro della Faculty di Istud Business School nonché professore a contratto presso l’Università Iulm di Milano.


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