Lo smart working come benefit, ma part time e facoltativo

La piattaforma per la ricerca di assistenti familiari Yoopies e lo Studio Furfaro consulente del lavoro, specializzato nel welfare aziendale, hanno pubblicato i risultati di un sondaggio sullo smart working nel periodo dell’emergenza sanitaria, condotto su circa 3.500 persone, di cui 52% senza figli. Partendo dalla considerazione che “il lavoro da remoto svolto durante la crisi pandemica non si può definire smart working”, i dati sono divisi tra coloro che non riuscivano mai a staccare dall’attività lavorativa in remoto (32% degli intervistati) e coloro che invece hanno dichiarato di riuscire ad organizzarsi meglio lavorando da casa (34%). Le opinioni e le riflessioni dei lavoratori italiani dipendono evidentemente anche dalla loro situazione personale e familiare: diversa la situazione tra chi non ha uno spazio adeguato a casa per lavorare o chi abita vicino all’ufficio e ha necessità di incontrare i colleghi o al contrario chi abita a chilometri di distanza dalla sede di lavoro e fa il pendolare o addirittura si deve trasferire, con impatto su vita, famiglia e costi.
E proprio parlando di costi, testimonianze ed esperienze non sono concordi: il 40% dichiara di aver visto i propri costi diminuire grazie all’assenza delle spese di viaggio, il 37% dichiara di non aver avuto oscillazioni, mentre il 23% afferma di aver avuto maggiori costi lavorando da casa (elettricità e varie). Anche fra i genitori si rileva una generale stanchezza per le modalità dello smart working vissuto durante l’emergenza e l’intenzione di riservare il lavoro da casa a qualche giornata a settimana, per prediligere invece la flessibilità di ingresso e uscita dall’azienda e in generale un’autonomia che permetta di avere orari elastici per conciliare vita professionale e familiare. Rispetto alla totalità degli intervistati, i genitori sembrano meno interessati ad aumenti di stipendio (richiesto al 64% dai chi non ha figli e al 36% dai genitori) ma più favorevoli a ricevere aiuti concreti da parte dei loro datori di lavoro, come il ricorso a strumenti di welfare per il pagamento di servizi di assistenza all’infanzia e domiciliare.

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