IN LIFE: ULTRAUFFICIxULTRACORPI #06


La rubrica “IN LIFE” è curata dal network di professionisti → Digital Guys, fondato da Fabrizio Bellavista, Antonio Cirella, Stefano Lazzari, Danilo Premoli, ognuno con conoscenze abilitanti alla trasformazione digitale.
Il format di “IN LIFE” prevede la pubblicazione di un articolo ogni 15 giorni su Office Observer. Il martedì della settimana successiva viene fatta una diretta di approfondimento, in cui si potranno fare domande agli autori.

Il progetto dell’architettura nel mondo virtuale
 
Ultrauffici in Ultrapolis (titolo dell’incontro promosso da Digital Guys e Office Observer in occasione della Milano Digital Week 2021) è una declinazione del progetto UltraufficixUltracorpi che vuole approfondire il tema dell’espansione fisica e architettonica degli uffici supportata dalla tecnologia della Rete, tecnologia che ha trovato in questi ultimi mesi una esplosione di occasioni e applicazioni (e non mi riferisco solo allo smart working). Lo scorso anno il blog Office Observer ha raccolto e messo online una serie di podcast, tra aprile e ottobre: 36 interventi di architetti, designer, sociologi, imprenditori, giornalisti, professori universitari, tutti sollecitati sul tema dell’ufficio dopo il virus, affrontato ognuno dal proprio specifico punto di vista: progettuale, produttivo, sociologico e perché no anche poetico. È possibile ricavare tra questi interventi un fattore comune? Sì: è evidente che anche l’ufficio non sarà più come prima (come quasi tutto, del resto). Gli headquarter non avranno più o meglio diminuiranno il loro ruolo di spazi di lavoro per diventare luoghi di incontro, di confronto, di rappresentanza, di regia: da headquarter a heartquarter (e quindi avranno ancora ragione di essere, ovviamente tutta da progettare e rimodulare). L’elaborazione del pensiero avverrà negli spazi domestici (smart working vero, non remote working come quello di oggi) o nei coworking che si diffonderanno, si nebulizzeranno nella città fino ad essere disponibili nei quartieri, negli isolati, perfino nei singoli condomini. Ecco che la città diventerà quindi una Ultrapolis, non una smart city.
Una seconda strada da percorrere è quella della virtualità, non alternativa, ma assolutamente complementare. Volendo semplificare, gli uffici sono la somma di architettura, design e tecnologia. Oggi la tecnologia prosegue il suo percorso di evoluzione, indifferente al contesto (non è stata minimamente attaccata dal covid, anzi); il design tenta di rimediare con alcune soluzioni, vedi ad esempio il proliferare di schermi e paretine divisorie (alcune anche eccessive e non sempre riuscitissime dal punto di vista formale). Ma l’architettura, la firmitas dell’architettura, è diventata stretta: negli stessi spazi non potranno più stare le stesse persone tutte insieme (a causa di quello che è stato definito distanziamento sociale, termine terrificante). Allora: perché non allargare l’architettura dove lo spazio non è un problema? La risposta sta appunto nella virtualità, che ovviamente andrà comunque progettata. E sul tema della progettazione si apre un’altra finestra che è quella della responsabilità: verso chi o che cosa siamo responsabili noi architetti? verso il committente, verso l’uso/spreco delle risorse, verso l’utilizzatore, verso la città stessa, e perché no verso la storia dell’architettura e la teoria della progettazione: da Vitruvio con la sua firmitas ad Aldo Rossi con la sua Architettura della città, per indicare due estremi. Nel mondo virtuale l’architettura è più libera (anche se forse questo non è il termine più giusto) e i suoi riferimenti sono più Pop: il cinema, la fantascienza, i videogiochi, i fumetti. Certo il rischio è quello paventato da film come Blade Runner o come l’Oasis di Spielberg, dai romanzi di William Gibson e Bruce Sterling, dai videogiochi come Sim City o Metro 2033, dai fumetti come Sin City e Ghost in the Shell, ma proprio per questo il progetto, che è parola meravigliosa, è del tutto necessario.

Questa riflessione sul futuro della città, e gli ambiti che va a esplorare, le domande che si pone, etiche, organizzative, urbanistiche, antropologiche, rientrano pienamente, direi ontologicamente nell’idea che la modernità si è data di futuro. Cosa sia e come si prefigura ai nostri occhi, uomini e donne d’oggi, rientra culturalmente in questo recinto che ci vede combattere la battaglia fra utopia e distopia.
È la nostra cifra culturale, parlo della mia generazione (ma anche quella degli autori che abbiamo poco sopra citato), i babyboomer che si sono formati all’idea di futuro uscendo dalla distruzione dei padri, finita con il sole atomico, immaginando e struggendosi nell’ipotesi di un futuro digi-eco-bio sistemico di cui però, inutile nasconderselo, ne cogliamo da buoni disillusi tutte le debolezze, le sue esternalità.
Uno di noi, a proposito del futuro della città, proprio lui che ne ha tratteggiato scenari duraturi, che da trent’anni quasi dominano gli immaginari estetici distopici che si riconoscono sotto il nome di cyberpunk, non si fa illusioni: le città intelligenti non esistono. Lo afferma Bruce Sterling in un → bellissimo articolo pubblicato nel 2018 su The Atlantic dal titolo “Stop Saying ‘Smart Cities’ Digital stardust won’t magically make future cities more affordable or resilient”.

“L’espressione smart city è interessante ma non importante, dato che nessuno si preoccupa di definirla. Smart è una fantasiosa etichetta politica usata da un’alleanza contemporanea tra urbanisti di sinistra e imprenditori tecnologici”.

Fin dal suo incipit non abbiamo dubbi sulla piega che sta prendendo. Bruce Sterling ci prende per mano e ci accompagna sulle strade di una città che si presenta diversa dal celebrato futuro delle magnifiche sorti e progressive che la narrazione tecnofila ci vuole dare. Certo Sterling ci ha già raccontato diverse volte la visione dello sprawl urbano, buio e piovoso, dove si intrecciano le narrazioni e le vite di una generazione di scrittori visionari anticipatori della città d’oggi e sempre più probabilmente, di domani. Comunque fa sempre una certa impressione la realtà nella quale ci cala, con eleganza e brutalità.

“Le città del futuro non saranno intelligenti, ben progettate, efficienti, pulite, giuste, verdi, sostenibili, sicure, sane, economiche o resilienti. Né avranno alti ideali di libertà, uguaglianza o fratellanza. La smart city del futuro sarà Internet, il cloud, e un sacco di altri gadget messi in campo dalle amministrazioni comunali, per lo più con lo scopo di rendere le città più attraenti per il capitale. Quando questo sarà fatto bene, aumenterà l’influenza delle città più attente e ambiziose, facendo apparire i sindaci più degni di essere eletti. Quando sarà fatto male, somiglierà molto alle logore carcasse delle precedenti ondate d’innovazione urbana, come ferrovie, linee elettriche, autostrade e oleodotti. Ci saranno effetti collaterali e contraccolpi negativi che neanche il più saggio degli urbanisti potrebbe prevedere. Queste città intelligenti non saranno paradisi dell’efficienza”.

Insomma, l’intelligenza dell’Internet delle cose e delle persone, l’economia della condivisione, la disintermediazione, il protocollo del consenso, al posto di renderci cittadini più consapevoli e felici, ci riporterebbe di fatto in una età feudale, sottoposti al diktat ambiguo di un dilemma perverso che ci vede dover scegliere fra più o meno controllo, più o meno sicurezza e tutto a scapito della libertà, incapaci di intravvedere oggi, un tipo di patto sociale diverso da questo.

“Le città intelligenti giocheranno la carta dell’intelligenza per far valere i loro vantaggi competitivi. Invece di essere piattaforme aperte a tutti che funzionano alla velocità della luce, globali e multiculturali, diventeranno comunità chiuse digitali, con codici di funzionamento complessi, ingannevoli e disonesti quanto il regolamento sulla privacy di Facebook”.

Eppure… eppure sono convinto che l’aria della città rende liberi, come ci dice un antico proverbio nato all’alba della modernità europea che vale ancora oggi, e a discapito di ogni previsione distopica, anche domani. La sfida, difficile senza dubbio, è nella progettualità e nella responsabilità che questa comporta, agli architetti, sì, ma anche a designer e tecno-umanisti che spostino fuori da procedure ad alta intensità di scienza e capitale (science and capital intensive) una innovazione che non agisca solo a livello materiale ed economico, ma anche, anzi più, sulla percezione della realtà, sulla cultura. Allora si potrà parlare di innovazione poiesis intensive capace di dare una direttiva plausibile alla società e alla politica per non trasformare la distopia di Sterling in una realtà.

[testo di Stex Auer e Danilo Premoli – Digital Guys + Office Observer]

SAVE THE DATE
 
IN LIFE: ULTRAUFFICIxULTRACORPI #06
con Antonio Cirella, Maurizio De Caro, Stefano Lazzari, Danilo Premoli
 
20 aprile 2021 ore 18.00 CET

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