Appunti da All Around Work 2020

[testo di Digital Guys – Guest Blogger]

Da quando il Covid ci ha proiettato nel distanziamento(!) sociale(?), nella capsula del metro di rispetto, le tecnologie di call conference che giacevano dormienti, inutilizzate, ci hanno riportato obtorto collo a riconsiderare la rete non più attraverso la metafora cartacea della pagina, media e regina incontrastata della comunicazione, ma come spazio, luogo, ambiente entro il quale rappresentarci e muoversi. Il corpo torna ad avere un ruolo di primo piano, letteralmente, racchiuso nella finestrella della nostra individuale tile della call conference. Ma ci potrà bastare? Saranno le tappezzerie di faccine a ricondurci in uno spazio vivibile e condivisibile? Inutile dirlo: No!

Come facciamo a vivere, lavorare, confrontarci in modo umano con questi strumenti così emotivamente rozzi? Questa considerazione ci sta facendo riflettere sul primitivo senso del Cyberspace, luogo metafisico che si contrappone a quello che William Gibson chiama Meatspace, ovvero “Mondo della carne”, che invece oggi a oltre trent’anni dalla sua nascita si sta sempre più rilevando un continuum, spettro tecnologico della curva di ciò che chiamiamo realtà che nelle frequenze più profonde chiamiamo realtà virtuale, per salire e diventare realtà mixata, realtà aumentata, realtà…

L’invito è al confronto tra le imprese e i professionisti del design e dell’architettura. In ballo, secondo noi, far riflettere, se non brillare, il primato della cultura sulla tecnologia, e non viceversa. Una attitudine al bello e all’armonia che noi in Italia abbiamo con l’aria che respiriamo. Usiamola.

Se l’architettura è diventata stretta, andiamo dove c’è spazio per l’architettura: nel Cyberspace!

Uno spazio infinito che offre soluzioni architettoniche e rappresentative molto diversificate, che soffrono in alcuni casi di ingenuità e banalizzazioni, inevitabili nelle fasi di transizione. Questo spazio trovato nella Rete va formalizzato, strutturato, arredato; bisogna dunque realizzare il comfort e la familiarità necessaria per essere abitato, vissuto, per farlo diventare parte della nostra abituale socialità.

Il nostro compito è progettare questi spazi, dove si possa abitare/lavorare/confrontarsi/divertirsi/vivere/amare (noi stiamo già progettando lo “spazio dell’ufficio immateriale” ideale, elaborando anche un coworking virtuale, sia per la collettività pubblica che per le imprese private).

Ci domandiamo: cos’è l’ufficio virtuale? Cosa si fa in ufficio? Una volta era il luogo della contabilità, il quadrato ufficiali (detta anche sala riunioni), l’archivio, la burocrazia. In pratica, il governo di un processo che poi si svolgeva altrove: la scrivania era lo strumento deputato alla elaborazione del processo, che avanzava di scrivania in scrivania.

La scrivania è tante cose, per chi la abita. Abita perché è a tutti gli effetti un modulo abitativo, l’appartamento (cella, giardino, …) per chi la usa. Spesso l’unico posto dove mettere qualcosa di personale. Dare una identità. È evidente che alla domanda “Abbiamo bisogno di uffici?” la risposta è: “Sì, ma se creano una identità condivisibile”.

Abbandoniamo l’immagine degli uffici tragici di Brazil e di quelli assurdamente divertenti di Jacques Tati in Play Time: fanno ormai parte di un passato che non è più necessario, che pure però sopravvive in alcuni casi anche oggi. Abbandoniamo l’ufficio informatizzato, che prevedeva una centralizzazione del dato, una local area network, un server casalingo, e un mondo intorno o non connesso o relativamente poco.

Oggi al tempo cloud computing, delle reti globali, della mobilità digitale, dove la quasi totalità dei processi ospitati in un ufficio possono essere svolti con un cellulare, alla luce della cronaca che il Covid ha accelerato, dove la presenza in remoto delle videocall, lo storage e la condivisione di documenti online è una norma, e dopodomani con la robotizzazione, le intelligenze artificiali, la realtà mixata, aumentata e virtuale, la disintermediazione permessa delle blockchain, ci domandiamo: Abbiamo ancora bisogno di uffici? Tecnicamente no, sembrerebbe: si libererebbero decine di migliaia di metri cubi di edifici, si decongestionerebbero le strade e i centri urbani, si ridurrebbe l’inquinamento da trasporto. Ma ai benefici collaterali si sovrapporrebbero nuovi problemi: pensiamo, ad esempio, al fallimento di esercizi pubblici che sul flusso massivo degli impiegati avevano fatto il loro business.

Ma atteniamoci all’argomento spazio.

La tendenza di grandi compagnie con molto personale (e molti uffici) dà ragione a questo assunto. Telecomunicazioni, assicurazioni, banche, farmaceutica, logistica, automotive, grande distribuzione si stanno attrezzando per rendere lo smart working qualcosa di permanente.

Questo sarà un bel cambiamento per gli impiegati, o meglio, usiamo la parola più rispettosa e vera: lavoratori. Perché se è vero che l’ufficio forse non ha più ragione di essere, non altrettanto vale per i lavoratori, che sussistono e sono necessari anche senza ufficio. Dove vanno? Come li organizziamo? Come gestiamo le relazioni professionali e personali? Come verifichiamo la produttività? Come conteniamo e sanzioniamo comportamenti illeciti e lesivi degli interessi aziendali? Come manteniamo vivo il senso di appartenenza? Un bel problema per i CEO, i dirigenti e i quadri di una impresa che ha sempre basato comunicazione e controllo sullo spazio dell’ufficio fisico.

D’altronde lo spazio è un bel problema anche per i lavoratori: le case non sono attrezzate con un’area dedicata alla visibilità pubblica, ad esempio. Da qui le innumerevoli librerie che troneggiano alle spalle dei partecipanti alle call, a indicare non tanto la cultura del partecipante, quanto a ricreare l’ordinaria visione dello spazio lavorativo, fatto di mobili per l’archivio dei faldoni, scaffalature, mensole.

Le persone non sono attrezzate alla gestione degli spazi mixati del privato e del pubblico, è evidentemente una intrusione nel personale sancta sanctorum, la videocall dalla cucina, con figli e congiunti che entrano inopportunamente in campo con le richieste più intime e diverse.

Infine, le relazioni mediate dalla tecnologia non sono poi così immediate, si vengono a modificare (è più che altro una questione di rimodulazione) i linguaggi non verbali, l’empatia e la partecipazione emotiva fra i componenti di quella tribù che alla fin fine è una azienda, che svolge le sue liturgie e i suoi riti nello spazio simbolico, nell’hortus conclusus che è l’ufficio.

Ed è qui, dalla considerazione che l’ufficio è nel suo motivo d’essere, uno spazio simbolico del lavoro, anche svuotato della sua necessità tecnico-pratica che vogliamo proporre e approfondire l’apporto che la virtualità può dare al ripensamento dell’ufficio da ora ai prossimi dieci anni (ma anche meno). I modelli da sviluppare: il luogo dell’incontro informale (camera caffè, spazi collettivi), il luogo della discussione e della cooperazione (briefing rapido, ring di confronto), il luogo della concentrazione (immersività studiosa, individuale), il luogo dell’archivio (immersività “esploratrice”).

Qui inizia il lavoro di progettazione, ma anche di formazione culturale. Tutto questo che stiamo progettando è un investimento di tempo ad alto rischio, perché siamo nel pieno della tempesta del cambiamento sociale che ha sollevato la pandemia. Alcuni propongono la tecnologia come panacea facile e redditizia, ma la realtà è che ogni salto tecnologico è faticosissimo. Anche se inevitabile. Il problema è sempre lo stesso: cultura, identità, socialità.

L’abitare è una narrazione, anche riguardo l’abitare semplicemente un vano, una sedia, una scrivania. D’altronde già con la venuta del desk informatico il segnale era chiaro: lavoravamo su un desk appoggiato su un altro desk. Dunque, a breve, uno dei due sarebbe sparito. Ma non dobbiamo farci distrarre dalla partita “desk virtuale vs desk fisico”, pur sempre molto avvincente, anche se giocata senza spettatori: la posta sembrerebbe un pezzo di cielo più in alto.

Ecco, proprio riguardo il cielo: ci pensereste mai ad occuparne uno spazio per posizionarci una sedia? Questo è il punto: di fronte all’avanzata della IA con annessi e molti connessi, la nostra mente ha due alternative: diventare sistema biologico/aumentato ed esibire i propri plus (tipo connessione nervosa, creatività espansa, impianto sensoriale, memoria emotiva) oppure la discesa verso gli inferi della non rilevanza sarà senza alcun bit memorabile.

Testo di → DIGITAL GUYS: Carlo Alfano, Fabrizio Bellavista, Dario Buratti, Antonio Cirella, Luisa Cozzi, Stefano Lazzari, Danilo Premoli
 

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