15domande15: Carlo Ratti

Come immagina il design tra dieci anni?
Il design e l’architettura stanno cambiando in modo significativo, perché abbiamo oggi a che fare con un mondo ibrido, in cui non c’è distinzione tra digitale e fisico. In questo universo, ormai fatto di bit e atomi, il designer deve avere delle conoscenze nuove, transdisciplinari. E poi non deve lavorare da solo, ma con un team i cui membri abbiano storie, competenze, approcci diversi alla materia. Credo molto nelle dinamiche partecipative. Come abbiamo scritto nel mio/nostro libro "Architettura OpenSource", edito da Einaudi nel 2014, l’architetto deve abbandonare il suo status di eroe prometeico e acquisire un carattere "corale", una sorta di direttore d’orchestra, capace di armonizzare voci diverse. È quello che cerchiamo di fare sia al Senseable City Lab, il laboratorio che dirigo al MIT, sia presso la Carlo Ratti Associati, il nostro studio di progettazione.

Il mondo sente la necessità di nuove sedie?
Credo che oggi abbiamo la necessità di stare in piedi il più possibile, viaggiando il mondo. E sederci solo ogni tanto…

Come definirebbe in tre parole i suoi progetti?
Antipatici, perché cercano sempre di modificare lo status quo. Discutibili, perché vogliono promuovere un dibattito aperto. Insoliti.

Quale prodotto di arredo per uffici avrebbe voluto firmare?
Gli uffici non hanno più bisogno di arredo. Tutto è nei nostri laptop.

Quale prodotto ha immeritatamente vinto il Compasso d’Oro e quale è stato immeritatamente ignorato dalle giurie?
Non credo molto nei premi, in generale.

Si considera un intellettuale?
Mi considero un rompicoglioni, uno cui piace cercare di cambiare lo stato delle cose.

Di cosa non riesce a fare a meno?
Della scoperta.

Quale libro sta leggendo, non necessariamente di design, e quale l’ultimo letto?
"Storia di Tönle" di Mario Rigoni Stern. Ultimo letto "Un indovino mi disse" nelle mie continue peregrinazioni nel sud-est asiatico.

Matita o mouse?
Meglio una tavoletta grafica, è come averli insieme.

Che immagine c’è come sfondo del desktop del suo pc?
Nessuna a dire il vero, solo lo sfondo blu d’ordinanza. Mi piace riempire il desktop di idee.

Cosa c’è sulla sua scrivania?
Non c’è scrivania. Solo un pezzo di tavolo su cui mi installo a Boston, Londra, Torino, Singapore o in volo.

Valgono ancora oggi le tanto citate "Lezioni americane" di Italo Calvino?
Le "Lezioni americane" sono come "Le Quattro Stagioni" di Vivaldi: bellissime ma abusate. Comunque sì, assolutamente, abbiamo bisogno ancora di leggerezza, rapidità e molteplicità.

Cosa non è il design?
Non è design qualcosa che non guardi al futuro. Per me il design è un modo per proporre nuovi possibili scenari futuri e aprire una discussione su di essi. Come diceva Herbert Simon: "The natural sciences are concerned with how things are… Design, on the other hand, is concerned with how things ought to be, with devising artifacts to attain goals… Everyone designs who devises courses of action aimed at changing existing situations into preferred ones".

Quando ha deciso di fare il progettista?
Il mio percorso scolastico è stato un po’ accidentato. Al liceo la scuola era spesso un alibi, un dovere da portare a termine per poi occuparsi di "altro". A volte questo "altro" era ugualmente legato alla conoscenza ma non faceva parte del curriculum tradizionale. Anzi, era una specie di ribellione verso l’ordine costituito. Qualcosa di simile accadde anche durante gli anni dell’università, passati alla continua rincorsa di interessi diversi. Prima la laurea in ingegneria al Politecnico di Torino e all’Ecole des Ponts di Parigi, poi la specializzazione in architettura e informatica all’Università di Cambridge. Ho capito che l’architettura, per come l’architettura è oggi, una disciplina complessa e nuova, poteva essere un modo per occuparmi, insieme, di quasi tutto quello mi interessava.

Se non avesse fatto il progettista, cosa avrebbe voluto essere?
Non saprei, ho sempre cercato di fare quello che mi interessava. Mi piace una scena di "Jules et Jim", il film di Truffaut, con questo dialogo: "Oh ! Moi, je suis un raté. Le peu que je sais, je le tiens de mon professeur, Albert Sorrel: "Que voulez-vous devenir?" me demanda-t-il". — "Diplomate". — "Avez-vous une fortune?" — "Non". — "Pouvez-vous avec quelque apparence de légitimité, ajouter à votre patronyme un nom célèbre ou illustre?" — "Non". — "Eh bien, renoncez à la diplomatie!" — "Mais alors, que dois-je devenir?" — "Un curieux". — "Ce n’est pas un métier". — "Ce n’est pas encore un métier. Voyagez, écrivez, traduisez… apprenez à vivre partout. Commencez tout de suite. L’avenir est aux curieux de profession".
Ecco, mi sarebbe piaciuto fare il "curieux de profession".
[novembre 2015]


Carlo_RattiCarlo Ratti
Architetto e ingegnere, Carlo Ratti è titolare dello studio Carlo Ratti Associati di Torino e direttore del MIT Senseable City Lab di Boston. Laureato presso il Politecnico di Torino e l’École Nationale des Ponts et Chaussées a Parigi, ha conseguito un Master in Philosophy e un PhD in Architettura all’Università di Cambridge, in Inghilterra. Collabora regolarmente con Domus e Il Sole 24 ore e ha scritto per BBC, La Stampa, Scientific Amerian e The New York Times. Alcuni suoi lavori sono stati esposti alla Biennale di Venezia, al Design Museum di Barcellona, al Science Museum di Londra, al Gafta di San Francisco, al Museum of Modern Art di New York e al Maxxi di Roma. Il suo Digital Water Pavillon, installato a Zaragoza per Expo 2008, è stato segnalato dalla rivista Time come una delle "Best Inventions of the Year". Nel 2011, è stato premiato dalla Fondazione Renzo Piano come uno dei tre migliori giovani architetti italiani. Ha curato il padiglione Future Food District per Expo 1015.


 → Office Observer 15domande15 

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