Guest Blogger: Maurizio de Caro

[testo di Maurizio de Caro]

Io sono questo luogo, e questo luogo sono solo io

Premetto che risulto refrattario al trattamento delle ipotetiche innovazioni sullo spazio per il lavoro, anche a causa di molti video in voga come presentazione presso più o meno importanti studi di progettazione del bel paesello. Il lavoro cambia, dicono, e diventa flessibile, aperto, resiliente, complesso, trasversale, senza luogo, ubiquo e senza contaminazione cartacea. Certo rispetto agli antri razionalisti sommersi da carta e da pesanti utensili propri del lavoro “di concetto”, l’immenso iPad contemporaneo ne è un discendente molto lontano e forse l’idea di stessa di lavoro come affermazione personale, come riflesso del proprio stato sociale è mutata per sempre. Pensate ad Olmi, alla Edison, alla Signorina Carla, ai film milanesi degli anni Settanta, tutti grigi e cravatte nere, e scarpe lucide e massiccio uso di mezzo pubblico, per riportare l’esercito dei nuovi assunti alle rispettive case.

Intanto proviamo ad immaginare quale può essere la vera rivoluzione che stiamo assaporando oggi, e mi riferisco al fatto che lo spazio del lavoro è neutro e light, come un sapone o un formaggio. Non ha relazioni apparenti con ciò che si dovrebbe produrre specificatamente al suo interno. Forse un tavolo? Forse, e più o meno grande dove appoggiare un pc, tanti pc, fino alla fine della giornata (flessibile). Dopo lo spazio teoricamente dovrebbe tornare all’asetticità dell’inespresso. Potrebbe essere usato per altre funzioni (ludiche, culturali, gastronomiche o?).

poca progettazione
tanto ritorno d’immagine

In questo passaggio concettuale viene alla luce la necessità del marchio, ogni utente finale esige, o forse esigeva, una profonda caratterizzazione identitaria del luogo dove si sarebbero svolte le inconoscibili mansioni. Ufficio sì, ma griffato, e non già dal solo progettista, ma dal committente. “Io sono questo luogo e questo luogo sono solo io”, doveva dire-comunicare lo spazio/azienda, come in un trattato di economia merceologica arcaica, l’architettura degli interni del lavoro come forma primaria di pubblicità. Ora tutto questo comincia a scemare nell’impeto “poco logo/tanta comunicazione”, che equivale a: “poca progettazione tanto ritorno d’immagine”. Esattamente l’inverso di quanto necessita nel progetto dello spazio culturale (Taniguchi diceva ai committente del MoMA di New YorK, riprendendo F. L. Wright: “Datemi molti soldi e vi farò una buona architettura, datemene tantissimi e ve la farò scomparire”).

L’idea dell’ufficio/tavolo non è nuova o originale, come quasi tutte le idee e le proposte che ci vengono illustrate, ma almeno semplifica un processo che è destinato a scomparire: il lavoro in uno spazio funzionalmente dedicato. Lavoriamo e lavoreremo sempre più ovunque e comunque, a prescindere dall’impegno progettuale di qualcuno preposto a stabilire quali sono i nostri bisogni e il nostro gradiente di comfort. Parchi, caffè, luoghi pubblici coperti e riscaldati o aperti e freddi (ma stimolanti), tettoie, luoghi di sosta, mezzi pubblici, aree temporanee per il coworking. Più si sviluppa l’internazionale dell’impero digitale, meno questo esercito rivoluzionario ha bisogno di progetto, di architettura, e men che meno di design. Con buona pace di quegli studi, che citavo prima, che cercano di cavalcare l’anarchia comportamentale dell’adesso in perpetuo divenire, con soluzioni che rappresentano un surrogato alla totale assenza di progetto, come progetto.

Non progettare non può essere un progetto, neppure se visto nella sua dimensione paradossale, allora perché non attraversare senza retorica nuovi territori, perché non introdurre con maggior forza altre discipline (l’antropologia, la sociologia, la prossemica e molte altre) in grado di spiegare il cambiamento in questa società che da liquida è diventata gassosa e quindi non controllabile all’interno di un volume. Queste nuove condizioni ci spingono a guardare con occhi diversi il mondo in decomposizione dell’ufficio, con rigore e con tenerezza dobbiamo avere il coraggio progettuale di andare oltre, di andare altrove.
[settembre 2015]


Maurizio_De_CaroMaurizio de Caro
Architetto, critico e teorico dell’architettura, già docente di Estetica e Landscaping Design e consigliere dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Milano. Si è formato al Politecnico di Milano e a Londra e ha firmato numerosi progetti e allestimenti di mostre, in Italia e all’estero. Ha coordinato il gruppo di progettazione che si è aggiudicato la gara per la realizzazione delle strutture di servizio di Expo Milano 2015.


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