SaloneUfficio 2013: le aspettative. Parte 4

Quali sono le aspettative per il prossimo SaloneUfficio 2013?
Dopo le considerazioni di Assufficio, nelle parole del presidente Alberto De Zan e dei vicepresidenti Monica Babini, Grazia Manerba, Alberto Albertini e Vittorio Veggetti, di seguito i primi contributi dei progettisti.

Luca Bombassei, Blast Architetti (25.01.2013)
Le mie aspettative sono che questo Salone sia già l’occasione per testare nuove possibilità e che magari venga smentita la previsione temporale fatta da Jean Nouvel: senza attendere 30 o 40 anni si possano concretizzare nuove strade percorribili; io, in alcuni dei miei progetti, sto già confrontandomi con richieste di committenti “illuminati” che chiedono un approccio nuovo al luogo di lavoro. Un primo ma forte segnale di questo cambiamento. L’esperienza di Kilometro Rosso, proprio a fianco di Nouvel, è stata l’apripista di queste tematiche, esperienza che mi ha permesso di dimostrare come nuovi approcci al luogo di lavoro siano possibili. Come sottolineato da Jean Nouvel, il tema sarà sicuramente quello dell’appropriazione dello spazio da parte di ogni individuo, che è poi il tema centrale dell’architettura contemporanea a tutte le scale. Ciò sarà sempre più vero proprio per i luoghi del lavoro, che sono i luoghi in cui viviamo di più in termini temporali ma non più necessariamente in senso fisico. L’impegno di noi progettisti deve essere quello di fare cambiare la visione (prima di tutto tra di noi), proporre paradigmi inesplorati, e quindi l’auspicio è che questo Salone sia il punto di partenza per verificare le varie declinazioni possibili.

Giuseppe Tortato, architetto Giuseppe Tortato (25.01.2013)
Penso che quanto espresso da Jean Nouvel sotto forma di “profezia” sia assolutamente condivisibile e anzi già presente ed apprezzato in alcune nicchie di mercato. Dibattiti come questo sono utili e contribuiscono a generalizzare la richiesta di qualità negli ambienti di lavoro inducendo anche aziende più tradizionaliste ad adeguare le proprie strutture. Io stesso negli ultimi dieci anni ho cercato di proporre uffici “anomali”, in cui prevalesse il piacere di vivere gli spazi lavorativi in contrapposizione alle tradizionali postazioni in batteria più simili a pollai. Alcuni esempi positivi sono la rigenerazione di ex aree industriali di Milano come La Forgiatura o Morimondo 23, molto apprezzate per la qualità degli spazi più simili ad oasi urbane in cui prevalgono gli spazi a verde, la luce naturale ed il comfort ambientale, in generale rendendo gratificante l’esperienza lavorativa quotidiana. In un momento di recessione come questo, con scarse prospettive per la realizzazione di nuove costruzioni, il problema che si pone è soprattutto come gestire l’enorme patrimonio edilizio esistente che generalmente presenta condizioni di vita assolutamente e disastrosamente inadeguate. Nella maggior parte degli edifici esistenti non si salva nulla: a cominciare dal microclima interno, ai materiali utilizzati e all’organizzazione degli spazi. Pensiamo per un istante a come sono gli uffici tradizionali: in genere sono ambienti troppo caldi, troppo freddi, troppo luminosi, troppo bui o troppo rumorosi, dove i lavoratori sono costretti a sviluppare rimedi artigianali per proteggersi da un ambiente ostile: dagli schermi parasole ai deviatori di flusso per l’aria condizionata. Per recuperare gli spazi esistenti il primo passo è rigenerare il contenitore, cioè gli edifici, adeguandoli tecnologicamente e riportando ove possibile aria e luce naturale. Bonificato il contenitore, si può pensare agli spazi interni dove portare la rivoluzione auspicata da Jean Nouvel o meglio, come si diceva, generalizzando un approccio oggi solo di nicchia.

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